TRANSART CAFé - NICE
HISTOIRE D'UN LIEU. LES 20 ANS
TRENTACINQUE x [35] [1990-2025]
GIORNATA DEL CONTEMPORANEO 2025
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LA TERRAZZA
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[VENTI ARTISTI E LA FRAGILITà DEL MONDO]
OMAGGIO A MAURO ALPI
INAUGURAZIONE VENERDì 25 APRILE 2025 ALLE ORE 17.30
[BIObyBAI, capitolo
43]
LISBONA
[Come hai visto] un bel po’ di cose le abbiamo fatte, ma a volte ci piace farle difficili. Realizzare una mostra fuori Milano è già complicato, ma noi facciamo l’impossibile e grazie a Marco Drusian, detto Druido, già studente dell’ISA, oggi architetto per il comune di Lisbona (c’era andato per l’Erasmus e ci è rimasto, quanti bravi studenti ho avuto!) realizziamo un evento anche lì: "Milano-Lisboa: peace in a bottle", una mostra minimale che ci deve stare in una valigia. La mostra sarà da Op Art, un bellissimo bar all’Alcantara, sotto il ponte del 25 abril, sì perché la rivoluzione dei garofani è scoppiata il 25 aprile: la notizia arrivò in piazzale Loreto durante la manifestazione.

Ecco, ora posso raccontarti il mio NATALE A LISBONA.
Ora di cena, e nessuno in giro, la vigilia di Natale. Davvero tuttochiuso nel Bairro Alto. Ce lo aveva detto quel tipo che assomiglia a Pessoa, cioè a Tabucchi, cioè a Pessoa. Glielo aveva detto a Milano un pittore portoghese, che non ne ho la certezza, ma non può essere che Josè. C’è un ristorante cinese che ci salva: i cinesi ci salvano sempre, sarà così anche a Coimbra, la sera del primo gennaio.
Ci sono delle cose che mi ricordo sempre quando penso a Lisbona:
una è la Cervecerja Trinidade, con i suoi azulejos e le stanze una dietro l'altra. C'ero stato la prima
volta, prima dell'incendio, con un francese che aveva chiesto un po' per
trovarla, e ne avevo solo un vago ricordo, oltre che dell'interno, di una
strada in salita nel Bairro, e infatti non l'avevo ritrovata, salvo farmela
indicare dagli amici di Alessia, l'anno scorso, che erano appena usciti di lì:
e infine con Laura sono tornato per mangiare l'açorda, che la prima volta avevo scelto perché costava meno, e
questa volta perché volevo proprio mangiarla. Ma ci sono arrivato al terzo
tentativo: una volta era chiusa, una sovraffollata e la terza abbiamo deciso di
fare comunque la fila. E poi in giro col Druido a vedere un po' di locali,
dallo Stadio al Majong, in posti che sembravano tanto Milano, la
sera prima di andare a Porto.
A proposito di locali chissà se la notte di Natale c'era qualcosa
di aperto giù al Cais, sotto la rua de Alecrim, tra quei locali dai nomi
esotici come Oslo, Copenaghen, New York, Arizona, Texas,
luoghi che non invogliano a entrare.
E ancora mi ricordo sempre della festa di addio a Milano di
Marcello, che si trasferiva a Lisbona. Nel giro di due mesi era tornato.
Giorno di Natale, a Belem il vento è gelido e comincia ad arrivare
un po' troppa gente: è l'una e mezza quando telefono al Druido, che si è appena
svegliato e dovrebbe cominciare a preparare gli gnocchi. Ovviamente ci invita
per il pranzo di Natale: che cosa gli portiamo? A Belem le pasticcerie erano
aperte, ma qui in Baixa non ce n'è ombra e allora potremmo portare dei panini o
delle polpette, e alla fine si opta per un po' di lattine di birra. Sono più le
tre che le due e mezza quando arriviamo a Sao Domingos, che è vicinissimo all’Hotel
Portugal, dove alloggiamo, e ancora più vicino al Rossio.
Le patate sono cotte, si tratta di cominciare a trasformarle e di
fare il ragù: nonostante sia a base di hamburger scongelate verrà buonissimo.
Stiamo facendo gnocchi da un bel po' quando arrivano gli altri, che però hanno
un appuntamento alla Graça alle cinque. Vogliamo perderci il tramonto? E poi
appena scende il freddo e non si riesce più a stare seduti ai tavolini,
guardando giù la città ci si divide: qualcuno a lavorare, Giorgio a fare gli
gnocchi, noi col Druido in Alfama, che col buio che avanza è bella quanto come
con il sole.
È una sera in cui si ricongiungono i nomi con i luoghi: alla Graça
c'ero stato, ma non collegavo, mentre cercando il teatro romano siamo finiti in
rua da Saudade, l'ipotetica via della casa di Pereira. A proposito, ormai mi è
difficile parlare di Pessoa senza chiamarlo Pereira.
Verso le dieci, quando ritorniamo a casa Betti e Inès stanno
uscendo, per andare alla Stazione, a prendere suo fratello, che arriva da
Madrid: suonerà il violino tutta la notte. E così il pranzo di Natale inizia
verso le dieci e mezza di sera, ci sarà anche il panettone.
"Questa casa resterà chiusa, in via eccezionale, il 26
dicembre. La Direzione." E così Casa Pessoa, che doveva essere aperta il
26 dicembre, è chiusa. Oddio, è ragionevole che lo sia, ma sembrava che fosse
tutto finito: nel pomeriggio del venticinque c'era una animazione da giorno
feriale, e invece Casa Pessoa... Chissà se riusciremo a tornare. C'è anche l'Antica
casa Pessoa che è un ristorante dove andava a mangiare negli anni '10, ma
mi interessa meno, e così vale per
Martinho de arcada in Plaça du Commercio.
A Casa Pessoa riuscirò a tornarci alle sei meno cinque del giorno
prima di partire, solo il tempo di lasciare la videocassetta di Lisboa-Pessoa,
realizzata l’anno prima. E pensare che avrebbero dovuto ricevermi comunque, e
peggio per loro. Adesso mi aspetto i ringraziamenti
E poi la cena di addio con Ste e la Giorgia, e nemmeno la voglia
di farsi tutta la notte in giro per aspettare le cinque per mangiare dagli
africani, che a quell’ora aprono le loro case e cucinano per te.
E ancora l’omaggio a Lisbona che ho scritto nel 1995
per L’Indipendente. Riprende alcuni spunti del racconto precedente, ma
mi piace conservarli.
“Prendere un aereo per andare a prendere un tram può sembrare palesemente eccentrico, non se il tram è il mitico numero ventotto che attraversa tutta Lisbona, e da Martin Monìz, proprio dietro a Praça da Figueira, risale fino alla Graça e poi giù per tutta l'Alfama – per vie dove ci passa solo lui – alla cattedrale, e dopo la Praça do Comércio risale al Chiado, a salutare Pessoa, seduto davanti a Casa Havaneza, e poi fino all'Estrela e al cimitero di Prazeres. Sferragliando e ansimando per pendii impensabili per un trabiccolo che ha magari settant'anni, portandosi paziente i ragazzini appesi all'esterno, allora questo viaggio vale la pena di farlo, e magari di rifarlo più volte (sia quello sul tram, sia quello aereo per andare a prenderlo).
È recente il mio amore per Lisbona, data la fine
degli anni ottanta, rinvigorito da una recente assidua frequentazione; un amore
di quelli che farebbero storcere il naso a Tabucchi - che contro la recente
scoperta di Lisbona da parte di troppi ha minacciato di trasferirsi ad Oslo -
ma come tutti gli amori tardivi sicuramente motivato. Due film di quest'anno, Lisbon
Story di Wenders e Sostiene Pereira di Faenza - dal romanzo di
Tabucchi - ci hanno parlato di Lisbona e della sua bellezza, proponendo, oltre
che due storie diverse, due differenti letture della città. Due storie diverse
non solo per l'ambientazione, contemporanea quella di Wenders, alla fine degli
anni Trenta quella di Faenza (e di Tabucchi, quindi), ma per come ci parlano
della città, e soprattutto di come ce la mostrano, ricca di particolari quella
di Wenders, molto più avara – tradendo il testo di Tabucchi, ricchissimo di
indicazioni e descrizioni e sicuramente ispirato dal libretto di Pessoa Lisbon.
What the Tourist Should See – quella di Faenza. Ma non si può per questo
parlare di Lisbona lì protagonista e qui comparsa, perché il suo spirito è
comunque presente. E poi prima di loro Tanner, con il suo Dans la Ville
Blanche, aveva aperto le menti a quanti non si erano già fatti attirare – a
metà degli anni settanta – dalla Rivoluzione dei Garofani, e ci aveva descritto
la luce di questa città in prossimità dell'Oceano, affacciata su di un fiume
che è un mare, e ricca di salite e discese come una città di montagna. I mitici
tram di Lisbona, coperti di pubblicità da sempre – da fare impallidire i jumbo
milanesi – riescono ad arrivare là dove le auto bruciano le frizioni, su e giù
per vie strettissime e tortuose, soprattutto nell’Alfama, dove si trova le case
– anzi, la casa, perché è la stessa! – dove vivono i protagonisti dei due film:
ma quella visione su San Vicente do Fora non è l'unica possibile, sono decine o
centinaia i luoghi da cui guardare, quasi spiare, la città. In Alfama, che col
buio che avanza è bella quanto con il sole, si ricongiungono i nomi con i
luoghi: cercando il teatro romano si finisce in rua da Saudade, la via dove
Tabucchi pone la casa di Pereira (a proposito, ormai mi è difficile parlare di
Pessoa senza chiamarlo Pereira), mentre risalendo la Rua da Voz Operaria, una
volta lasciata la Feira da Ladra – il mercato delle pulci – si arriva
alla Graça, dove si può bere una limonata spingendo la vista verso la Baixa e
il Bairro. E il tram che percorre le vie dell'Alfama lo troviamo in tutti e due
i film, ma difficilmente Pereira/Mastroianni è inquadrato in luoghi
immediatamente riconoscibili, la funicolare della Bica, uno scorcio del Bairro
Alto, un'altro sul Castello, e nel finale mentre percorre la Rua Augusta, per
andare a imbarcarsi al Terreiro do Paço per l'altra riva del Tago.
La città di Wenders è quasi sempre riconoscibile,
anche nelle inquadrature apparentemente anonime, nei quartieri nuovi verso
l'aeroporto, nell'acquedotto delle Aguas Livres che sovrasta le baracche lungo
l'autostrada o nel mercato del Campo de Santa Clara, come nelle vie dell'Alfama
percorse in tram o dove si incontra Manuel de Oliveira.
Sempre in tram si arriva a Belém, al Convento dos
Jerònimos, o al Museo di arte Antica per ammirare la Tentazione di Sant’Antonio
di Bosch (che qui, come a Madrid chiamano El Bosco), ma anche alla Cervecerja
Trinidade, con i suoi azulejos e le stanze una dietro l'altra, vicino al
Chiado, dove Pessoa sta sempre seduto a farsi fotografare a un tavolino del
caffè A Brasileira [Ma come non era il negozio di sigari? Sigari e caffè
non possono che stare accanto…]. E per completare un itinerario "Pessoa
a tutti i costi" si può ridiscendere nella Baixa con l'ascensore
costruito da Eiffel e andare all'Antica casa Pessoa che è un ristorante dove
andava a mangiare negli anni '10.
Come dopo il grande terremoto del 1755 la città era
stata ricostruita dal Marchese di Pombal, oggi l'architetto Alvaro Siza Vieira
che sta ricostruendo il quartiere del Carmo, distrutto dall' incendio del 1988
(c'ero stato quell'anno la prima volta, ed ero ripartito pochi giorni prima
dell'incendio): già cominciano ad aprire le boutiques dei grandi stilisti, che
non c'entrano niente, anche se rispettano le strutture architettoniche
primitive.
Qualche centinaio di metri più su le vie e i vicoli
della vita notturna, dove tra locali di fado per turisti, che invece non girano
per l'Alfama di sera, dove si possono trovare minuscoli ristoranti o cantine
con il "vero" fado, facendo attenzione a respingere i piattini di
extra non richiesti che altrimenti ti raddoppiano il conto.
E poi si può finire al Cais, sotto la rua de
Alecrim, che scende a precipizio dal Chiado al mare, e dove si rischia di farsi
accendere una sigaretta da Pessoa stesso, tra quei locali dai nomi esotici come
Oslo, Copenaghen, New York, Arizona, Texas,
luoghi che non invogliano a entrare, o, molto più divertente, mangiare in
quelle case che alle cinque del mattino si aprono al pubblico per offrire le
specialità della cucina africana.
E un tram per ritornare”.
QUANDOEROPICCOLO
#MERENDIVO
#MERITIVO
#COMPLESSAGE
#SETTANTATRE
DOMENICA 23 MARZO 2025
DALLE 16 ALLE 20
(E OLTRE, SE NECESSARIO)
MUSEOTEO+
VIA STROMBOLI 3 [CIT. 9] MILANO
M 4 CALIFORNIA
[ BUS 50, 58, 68 - TRAM 10]
QUANDO ERO PICCOLO: MERITIVO/COMPLESSAGE/73
(Auto)d’APRèS è un omaggio ad Autodamè
di Enrico Baj, «parodia patafisica dell’austero Auto da fé, di Elias
Canetti, [che] suona come un calembour di Duchamp, una parola portmanteau
di Carroll, una combinaison di Queneau, un vocabolo dell’Oulipo» di cui meritivo
[o merentivo] e complessage sono ovviamente ed evidentemente parte
costituente.
Il meritivo è un’alternativa semantica dell’apericena, termine inascoltabile e intollerabile, ma soprattutto socioculturale: dalla merenda all’aperitivo, ma non succede nulla di particolare, se non l’incontrarsi. E “guardare, mangiare e bere” (op.cit.), come in una inaugurazione che si rispetti. Dove, ovviamente, vale anche una toccata e fuga, che anzi per qualcuno sarebbe l’ideale.
Complessage non è un gioco
di carte (per ingannare il tempo in un pomeriggio in cui non accade nulla,
salvo che voi lo vogliate), cui sono notoriamente allergico nonché totalmente
inetto (sapevatelo), ma sta banalmente per vernissage di compleanno. Due cose
di cui sono molto esperto, sia per pratica che per età: celebri sono stati
quelli per i quaranta (Ogni scarrafone è bello a mamma soie, Galleria di
Porta Ticinese, grazie a Gigliola Rovasino e Bianca Tosatti), cinquanta (Breve
storia epistolare dell’arte, Studio D’Ars, grazie a Grazia Chiesa e Lea
Vergine), sessanta (sessanta x sessanta, Studio Pigreca, grazie a Flavia
Alman e Sabine Reiff). Ci sono stati anche i sessantacinque con la mostra S/Corporea
e i settanta entrambi c/o Museoteo+. Nell’ultima occasione ho presentato una
nuova opera NY/Manet e lo storico autoritratto/alterego rappresentato
dagli abiti che indossavo il 24 settembre 1990 alla mostra Sansistosei,
che ha segnato la nascita di Museo Teo (quest’anno celebreremo i Trentacinque,
sapevatelo), opera ripresa sia in Anamorfosi del presente che Da
vicino nessuno è lontano, e che tanto è in permanenza nella collezione…
Anche in questa occasione nuove
opere, autoritratti della serie infinita Io Narciso realizzati
quest’anno, ma d’après perché la foto originale non è stata scattata da
me.
Due ritratti inediti di Carlo Ansaloni e Marco Caselli (Multimedia Bus, Centro Video Arte di Palazzo dei Diamanti, Ferrara, 1979) e di Doretta Cecchi del 1980 (circa), due, noti solo agli amici, uno di Maurizio Oglio (1972), l'altro di un membro della Brigata Poder Popular (probabilmente Klaus o Marco, Università Statale, 1974), e poi la interpretazione di una storica foto di Paolo Sacchi, pubblicata su Museo Teo Artfanzine # 8 - ottobre 1995. Infine il ritratto di Jochen Gerz del 2007 per la mostra Salviamo la luna. (Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo). Salvo rendersi conto che la foto di Paolo Sacchi era già stata rielaborata da Alessandra Villani e Carlo Gandolfi nel citato MTAF #8.
E infine il ritratto che mi regala Carolina: "E poi si diventa grandi", 2025.
Su richiesta sarà possibile
vedere un autoritratto realizzato recentemente da foto metà anni ottanta
(probabilmente) esposto nel Gabinetto dei disegni verde e blu (Vietato ai minori
di 16 anni, come si usava una volta).
Prima era ogni dieci anni, poi
cinque, ma poiché è impossibile festeggiare un compleanno ogni due-emmezzo
(che in realtà coinciderebbe con quello di Museo Teo) facciamo tre, che la
prossima volta saranno due, ma se contiamo il tre-emmezzo di Museo Teo sara uno-emmezzo…
d’altronde come ho più volte ribadito rispetto alla numerazione di Museo Teo
Artfanzine, la numerazione è una opinione.
Sull’età però esistono solo
certezze.
E comunque "Self drinks (and food) are welcome!"
https://www.facebook.com/events/4066962510199246
Vi presento Giovanni Bai, sociologo, artista e di un'anarchia caleidoscopica
Oggi vi
presento uno dei miei ultimi videoritratti, sono andato a casa
dell’artista Giovanni
Bai,
ho fatto il mio videoritratto, sono tornato a casa e mi sono fatto mandare una
scheda informativa che riporto nei tratti essenziali: Giovanni Bai (Milano,
1952) è sociologo,
artista e agitatore culturale. Nel 1990 ha
fondato l’associazione culturale Museo Teo, “museo senza sede e senza opere”,
una atipica istituzione per la diffusione dell’arte contemporanea che dal 1991 pubblica
la rivista Museo
Teo Artfanzine,
di cui è direttore. La sua ricerca si articola attorno ai problemi delle
metropoli e della comunicazione e del funzionamento dei media. Nella sua
produzione artistica utilizza la tecnica che ha messo a punto negli ultimi
trent’anni, chiamata videopittura, basata sulle
tecnologie videofotografiche e informatiche. Ha esposto nelle principali città
italiane e a Parigi, Londra, Berlino, Tokyo e Shanghai. Ha insegnato Storia del
pensiero sociologico (Università
Statale, Milano).
Ecco, questa è
la scheda informativa, ora
dico la mia. Giovanni
Bai è bello, allegramente bello. Giovanni Bai è intelligente, allegramente
intelligente. Giovanni Bai è un agitatore culturale, ma credo che non disdegni
agitare anche un Martini zerozerosettesco. Giovanni Bai è erotico,
fanciullescamente erotico. Ha una passione smodata e modulata per il Giappone.
Emana raggi fotonici anarchici, un'anarchia caleidoscopica che
rivela le contraddizioni della società. Gli piace giocare, e io mi trovo sempre
bene con le persone che amano il gioco. Giovanni Bai è leggero, ma nel senso
spirituale, infatti il museo Teo è senza sede e senza opere, può essere
ovunque, in ogni luogo, ma soprattutto trova sede nella nostra mente.
Spesso e
volentieri espone in una stanza della sua bella casa milanese, gli artisti
prestano le loro opere, poi ci si dà appuntamento per il vernissage
Casalingo,
ognuno porta qualcosa: una crostata fatta in casa, una bottiglia di spumante o
prosecco, un vino rosso o bianco, una tortina salata e così via. Si mangia, si
beve, si chiacchiera, si passeggia nella casa, con la stanza adibita a museo
che è sempre pronta ad accoglierti come un'amica che ti bisbiglia l'arte
nell'orecchio, questa è cultura! Senza la prosopopea di certa arte, il museo
Teo parla sempre del presente, sta dalla parte di chi lotta per i diritti
civili, rifugge il palazzo del potere, la sua lotta è ad ampio raggio, libera,
lieve, intollerante verso
ogni forma di ingessatura istituzionale, si articola invece nel vissuto di
ognuno di noi, mettendo su un piedistallo fluente il nostro quotidiano,
evocando le infinite possibilità dell'immaginazione, non a caso sulla parete
d'ingresso dell'appartamento di Bai c'è un biliardino sospeso, un calcio
balilla metafisico, con gli omini a testa all'ingiù, in assenza della pallina
da gioco, ma dopo un po'capisci che il senso è questo: la pallina c'è ed è
semplicemente la nostra immaginazione. Sopra la sua postazione di lavoro c'è la
foto di un immenso capezzolo che Bai chiama "la mia luna".
Anche io ho una passione per i
capezzoli, fin da quando sono nato! Il capezzolo è vita, nutrimento, piacere.
Ogni artista non può fare a meno del capezzolo, sia esso simbolico o reale. Il
capezzolo è tutto. Giovanni Bai è un bambino che rinnova sempre la propria
infanzia con la consapevolezza di un adulto. Gli piace sperimentare, mette in
risalto le distorsioni delle metropoli attraverso la sua arte, perché l'arte è un atto comunicativo complesso che
ha il compito di rivelare le nostre mancanze, le nostre distorsioni, appunto.
L'essere umano è proprio quell'animale che ha questa capacità neoprometeica di
distorcere la propria natura attraverso la tecnica, ma se alla tecnica togli la
leggerezza del gioco e della libertà, non restano che i campi di sterminio
psichico.
Il Museo Teo è quindi un museo amico, amico
dell'umanità (il nome Teo deriva appunto dal cognome di un caro amico e
collaboratore di Giovanni Bai), è un museo che parla del presente ma che è già
proiettato verso un futuro cosmico di annichilimento totale, tutti i musei del mondo, dal
Louvre all'Ermitage, diventeranno musei senza sede e senza opere, annientati
dalla follia nucleare dell'uomo o dall'implosione di questa stella che ci è
Cascata addosso: il sole. Nel frattempo però, come in un film di Woody Allen, dobbiamo pensare a giocare,
divertirci, immaginare, perché il sole è ancora lontano dall'implodere e forse
la guerra nucleare non ci sarà, l'uomo non può essere così stupido da ridurre
in cenere questa crosta terrestre così croccante e saporita.
In ogni caso, come direbbe l'Ecclesiaste tascabile
e personale di Bai: c'è un tempo per nascere e un tempo per rinascere con una nuova cravatta colorata, mai per morire.
I commenti su youtube:
@assuntaesposito5384
Molto bello questo Ritratto di Giovanni Bai. La bellezza di
raccontare in modo naturale il suo mondo, e il suo impegno, le motivazioni che
sono state fondanti nelle sue scelte. Per me che l'ho vissuto come collega e
amico anche una "rimpatriata".
Rivedere dei momenti del Museo Teo, l'entusiasmo e anche la leggerezza della condivisione della 'poiesis' artistica, nonostante le stanchezze e le "lacerazioni" che una metropoli come Milano ti costringe a vivere. Il suo epilogo all'intervista: "Non è bello ciò che piace ma ciò che è bello" racchiude la sua prospettiva sulla realtà o sulle realtà. E così negli anni 80 -90 le sue videopitture irrompevano nelle "coordinate semantiche" del fruitore, fino al punto di penetrare e "violentare" l'occhio, il corpo e l'anima. I suoi insignt inducevano a vedere oltre l'immagine per creare nuove forme pensiero nella tua mente. Le opere di Giovanni Bai possono essere considerati dei "semi" che lui lascia volare nel vento senza preoccuparsi troppo di dove si radicano, forse perché senza pregiudizio lui sa che non è il cemento a fermare la vita! 🙏 a Ricky Farina per questa bellissima sintesi di una vita è di una passione. Ciao Giovanni, un onore averti conosciuto. ❤
@angelopone3422
1 anno fa
Gentile Ricky,
Questo è uno dei tuoi documentari estremamente interessanti, che io definisco un "one man camera", e mi è piaciuto molto. La scelta dell'artista è stata particolarmente azzeccata.
Le descrizioni fornite dall'artista sembrano appartenere a un contesto artistico molto particolare e provocatorio, in cui vengono esplorati temi di sessualità, identità e autenticità in modo audace e talvolta controverso. È evidente che l'artista sta cercando di sfidare le convenzioni sociali e culturali, spingendo lo spettatore a confrontarsi con idee e immagini che potrebbero essere considerate tabù o disturbanti.
GIOVANNI BAI (Milano, Italia, 1952)
Sociologist and artist, publisher, performer and independent curator, Bai concentrates on the issues of communication and functioning of media.
In 1990 he founded Museo Teo, an atypical institution for the diffusion of contemporary art, «a museum without a location and without works of art», which publishes since 1991 Museo Teo Artfanzine, a creative and alternative magazine (free hand for the graphics and therefore always a different format and graphic layout).
He also teaches Sociology and Economics at The Multimedia Communication Institute ITSOS Steiner in Milan and he has written the books Manuale per il giovane artista (1996), Immagini della società (2005), Leggere la società (2012), Indice analitico della letteratura universale. Volume primo. I fatti della vita (2018).
Sociologue et vidéo-peintre,